QUANDO LA LUCANIA FA CULTURA
«Sineresi»
è la nuova rivista di cultura nata dal felice e fertile connubio di un pittore
e di una poetessa, Giovanni Cafarelli e Anna
Rivelli, l’una e l’altro non nuovi a imprese editoriali impegnative (di Giovanni,
si ricorda in particolare la rivista “Perimetro”, che svolse un significativo
ruolo nel fare uscire dall’isolamento tanti artisti validi proiettandoli sullo
scenario nazionale). Passione culturale e impegno civico sono peraltro le note
che connotano la presenza di questi due intellettuali nel panorama lucano.
Certamente, Sineresi è un rivista di “nicchia”, è promossa sulla base di una
concezione dell’arte e della cultura e di un rigore metodologico, che è bene
esplicitato dal titolo, che nella sua radice greca “synairesis” significa
propriamente “fusione”, che non è la semplice unione, ma qualcosa di molto più
profondo e complesso dal punto di vista concettuale, come peraltro mi viene
suggerito da un’opera della stessa Rivelli, “La voce che scompone il buio”;
titolo che ripete quello di una mostra d’arte visiva di Giovanni. Dunque una
rivista impegnata sul piano della Cultura con la “c” maiuscola, che vuole
essere uno strumento di presenza e di intervento nell’attuale situazione di
crisi culturale, il cui fomite qui non staremo ad analizzare; una presenza,
dunque, che deve contribuire a contrastare la babele delle banalità e della
faciloneria e dell’insignificanza culturale.
Santino Bonsera
SINERESI : DEL VIAGGIO DA E VERSO UNA CULTURA ERETICA
Sineresi, dal greco Sun (con) e aireo
(prendere, tenere) può essere tradotto con l’espressione “prendere insieme” ma
per chi ha potuto o dovuto studiare il greco sa che dietro ogni parola si
nasconde un concetto che spesso subisce violenza quando viene semplicemente
traslato nella nostra lingua, un po’ come a dire che spesso tradurre vuol dire
tradire. Il titolo della rivista non smentisce una conoscenza del greco laddove
dimostra di essere un esperimento, un viaggio, un percorso, la trasposizione di
un concetto molto più ampio e questa sfida appena iniziata, già da un primo
sguardo, dimostra di non tradire le aspettative di ricerca che la muovono e il
desiderio che fa da linfa: il diritto di essere eretici.
Diritto di essere eretici inteso come
diritto di disegnare e ricercare costantemente nuovi canoni di indagine e di
messa insieme di tutto ciò che nasce dalla consapevolezza della sfida
dell’essere meridionali e dalla ricchezza culturale che ne deriva, nuovi occhi
per guardare alla nostra storia come trampolino di lancio per riuscire a
sentirsi cosmopoliti e cittadini del mondo ma con la gioia delle proprie
radici.
Diritto di tracciare nuovi sentieri che
nessuno prima d’ora ha avuto il coraggio eretico di battere e diritto di tenere
“insieme” tante eresie che lungi dall’eliminarsi l’una con l’altra, si
arricchiscono e si contaminano.
Diritto di non essere inchiodati e
legati al pensiero ufficiale che tanto non vede perché troppo chiuso nei suoi
canoni e nei suoi dogmi e praticare l’eresia senza che questa venga accettata e
quindi inglobata nel pensiero ufficiale.
E se le eresie, come dice Bernabei
nelle ultime pagine dello speciale allegato al primo numero, riuscissero a
creare un non-luogo dove poter fare del confronto aperto e costruttivo l’unica
mappa utile al raggiungimento della propria meta ?
Questo sembra essere la motivazione che
incoraggia questo viaggio in cui ogni tappa arricchisce e dona senso alla
ricerca, in cui ogni autore o autrice che mostra la propria arte all’interno di
un percorso più grande porta con sé nuovi occhi e nuovi cammini.
È così che quel non-luogo inizia a
prendere forma e a mostrarsi come spinta
e insieme come obiettivo di questo viaggio che, va da sé, non dovrà mai trovare
una conclusione in virtù del fatto che, come scrive Anna Rivelli citando
Baudelaire, “i veri viaggiatori partono per partire e basta”. Un viaggio quindi che parte dalla Basilicata,
dal sud e dai sud del mondo per non avere altra meta se non quella di mettersi
in discussione e cercare domande e risposte in compagnia delle opere e delle
vite degli artisti che creano e fanno rete.
Unica linfa vitale: la cultura, la cultura intesa come sangue di ogni luogo.
Rossella Croce
LA VOCE CHE SCOMPONE IL BUIO ebook
Anche "La voce che scompone il buio" da oggi diventa ebook.
Constatato l'elevato numero di download già ottenuto per il romanzo "Il ragno", infatti, è parso interessante ripetere l'esperimento e far circolare anche la poesia, tanto più che essa oggi trova scarso spazio persino nelle case editrici.
L'ebook può essere scaricato gratuitamente a questo link
http://www.ebookservice.net/scheda_ebook.php?ideb=1390#sthash.1R2rbd70.dpbs
EMOTIONAGE
A beneficio dei conterranei dell'autore della fotografia "Ikebana"
traduzione del testo e spiegazione
Aunque cuando no esté, y la reverencia derrotada al viento que se opone y los
dedos jadeando hierbas imploran el asesinato de una caricia, tu mirada
prehistórica de árbol se aferra muda a un cielo asombrado en el cual no hay
palabra que no se desgrane dulce a las incrédulas dudas de esta Tierra.
Resumen del significado
Anna, mirando mi imagen, ha sido atraída por un árbol en
segundo piano, muy pequeño que si se mira bien, parece una cara de una persona
que mira con intensidad a un cielo que parece no existir. Pues, este árbol
representa la capacidad de leer señales no evidentes que la vida nos da y de
encontrar el alma de las cosas; esta capacidad se encuentra típicamente en
aquellos que no están siempre en primer plano, porque estos pierden la humildad
y la capacidad de ver el mundo más allá de la apariencia, perdiendo así la
posibilidad de acceder a verdades más complejas y profundas que permitirían ser
mejores personas si no se rechazaran a priori.
Giuseppe Satriani
IL RAGNO EBOOK
Un libro - si dice- non è più solo di chi lo ha scritto, ma finisce per appartenere ad ogni lettore. Per questo il romanzo "Il ragno", che tanto successo ha avuto e che è ormai introvabile, da oggi si può scaricare al link sottostante. Il download è gratuito perché nella filosofia dell'autrice il piacere di aver scritto un libro non risiede nel cercare chi lo acquisterà, ma nel trovare chi veramente lo leggerà e magari lo amerà per sempre.
Buona lettura!
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IL RISVEGLIO DI TANO
| Lago Pantano - Pignola (Pz) |
Non
si potrebbe dire se fosse la calda ora pomeridiana, l’estate già avviata al
declino o l’interrotta frenesia cittadina a fare di quel luogo un’oasi di pace;
sta di fatto che l’azzurrino consumato del cielo si stendeva solo per la
cornice di monti e per il lago dagli infiniti toni di verde, accartocciato con
le sue sponde lutulente nell’abbraccio grigio della passeggiata su cui né una
bici sfrecciava, né si logorava nella corsa qualche giovane atleta e nemmeno
mormoravano strette strette le solite coppiette.
La folta chioma che spuntava al di sopra del pagliaio cui l’albero prestava il suo fusto disegnava contro il cielo il profilo di Einstein; ed era quello l’unico umano sembiante che si poteva scorgere quel pomeriggio al Pantano. La figura di Tano, invece, semidistesa ai bordi estremi del lago paludoso aveva già assunto un che di vegetale, immobile com’era, appena china sulla canna da pesca con la stessa molle noncuranza con cui i giunchi si erano piegati a lambire le acque. La quiete si sarebbe potuto materializzarla nell’immagine di quell’acqua ferma sotto il faticoso nuotare delle piccole anatre, nella voce del fitto canneto al centro del lago in cui frotte di uccelli ciacolavano festose prima della buonanotte, mentre un rumore curioso, una sorta di chiacchiericcio sommesso, passava sullo specchio melmoso e non si capiva donde mai provenisse. Un odore pastoso esalava dall’erba madida del passato acquazzone e dalla terra che sprigionava in fretta al breve bagno di pioggia i suoi umori più intensi e profondi, negati a lungo alle crepe dei più aridi sereni. Nugoli di moscerini sciamavano senza posa, riempiendo con quell’inutile agitarsi la vanità del loro esistere senza nemmeno riuscire in tanto affaticarsi a togliere qualcosa all’immobilità del paesaggio. C’era spazio per ridere o per piangere, per ricordare o per riprogettarsi o forse per nulla di tutto questo; c’era l’atmosfera giusta per rimanere sospesi a metà di se stessi e riempire di un dolce non essere la propria vita, illudendosi come i moscerini di fare alcunché.
Ed era sempre troppo limpida l’ora perché Tano pensasse; filtrava il paesaggio nel fumo di una sigaretta accesa senza voglia che si consumava inerte tra le sue dita accanto alla canna.
Questa era la pace di Tano; ma come nel sortilegio di una fiaba durava solo fin quando le prime ombre non si allungavano verso di lui che raccoglieva in fretta le sue cose per fuggire via; era così da quasi vent’anni e non gli era mai capitato come quella sera di abbandonarsi ad un dolce torpore e di destarsi solo quando le sanguinanti dita del sole avevano già dato al piccolo lago un colore sinistro. Il risveglio improvviso avvenne in un paesaggio sconosciuto e inquietante; le tinte del lago erano state mutate dall’oscurità incalzante e nell’acqua livida del tramonto si proiettavano cupe le ombre dei monti mentre in lontananza le tremule luci delle masserie sembravano azzurri fuochi fatui di un perduto cimitero. Tano rabbrividì guardando alla palude da cui giunchi e canne sorgevano in forme e colori inconsueti animandosi di un sordo e snervante gracidio che copriva le voci più familiari le quali egli invano si sforzava di percepire; non fu capace di muoversi nemmeno quando un filo di vento cominciò a increspare il rosso fuggente e ad agitare le piante; nella mente di Tano cominciarono a riaffiorare immagini lontane e ogni suono dintorno pareva articolarsi nel suo nome: “Tano, Tano” chiamavano alle sue spalle le prime civette e “Tano, Tano” ripetevano dalla giuncaia i rospi gonfi. Ma Tano smarrito e immobile sembrava gelato nelle mani dei suoi fantasmi che pur tornavano ogni sera dagli abissi del tempo alla sua casa di stimato professionista dove solo la sua donna elegante e i suoi ignari bambini riuscivano a parare le rappresaglie che egli stesso tendeva al colpevole del suo inespiato delitto. “tano, Tano” sentì ancora dinanzi a sé e alzando losguardo scorse proprio in mezzo al lago un’esile figura di donna semi immersa fino alle ginocchia: “Tano, Tano, vieni sono Lucietta, non vuoi prendermi ancora?”
“Via, via chi sei, chi sei?” gridò impazzito Tano scattando in piedi ai bordi della palude.
La folta chioma che spuntava al di sopra del pagliaio cui l’albero prestava il suo fusto disegnava contro il cielo il profilo di Einstein; ed era quello l’unico umano sembiante che si poteva scorgere quel pomeriggio al Pantano. La figura di Tano, invece, semidistesa ai bordi estremi del lago paludoso aveva già assunto un che di vegetale, immobile com’era, appena china sulla canna da pesca con la stessa molle noncuranza con cui i giunchi si erano piegati a lambire le acque. La quiete si sarebbe potuto materializzarla nell’immagine di quell’acqua ferma sotto il faticoso nuotare delle piccole anatre, nella voce del fitto canneto al centro del lago in cui frotte di uccelli ciacolavano festose prima della buonanotte, mentre un rumore curioso, una sorta di chiacchiericcio sommesso, passava sullo specchio melmoso e non si capiva donde mai provenisse. Un odore pastoso esalava dall’erba madida del passato acquazzone e dalla terra che sprigionava in fretta al breve bagno di pioggia i suoi umori più intensi e profondi, negati a lungo alle crepe dei più aridi sereni. Nugoli di moscerini sciamavano senza posa, riempiendo con quell’inutile agitarsi la vanità del loro esistere senza nemmeno riuscire in tanto affaticarsi a togliere qualcosa all’immobilità del paesaggio. C’era spazio per ridere o per piangere, per ricordare o per riprogettarsi o forse per nulla di tutto questo; c’era l’atmosfera giusta per rimanere sospesi a metà di se stessi e riempire di un dolce non essere la propria vita, illudendosi come i moscerini di fare alcunché.
Ed era sempre troppo limpida l’ora perché Tano pensasse; filtrava il paesaggio nel fumo di una sigaretta accesa senza voglia che si consumava inerte tra le sue dita accanto alla canna.
Questa era la pace di Tano; ma come nel sortilegio di una fiaba durava solo fin quando le prime ombre non si allungavano verso di lui che raccoglieva in fretta le sue cose per fuggire via; era così da quasi vent’anni e non gli era mai capitato come quella sera di abbandonarsi ad un dolce torpore e di destarsi solo quando le sanguinanti dita del sole avevano già dato al piccolo lago un colore sinistro. Il risveglio improvviso avvenne in un paesaggio sconosciuto e inquietante; le tinte del lago erano state mutate dall’oscurità incalzante e nell’acqua livida del tramonto si proiettavano cupe le ombre dei monti mentre in lontananza le tremule luci delle masserie sembravano azzurri fuochi fatui di un perduto cimitero. Tano rabbrividì guardando alla palude da cui giunchi e canne sorgevano in forme e colori inconsueti animandosi di un sordo e snervante gracidio che copriva le voci più familiari le quali egli invano si sforzava di percepire; non fu capace di muoversi nemmeno quando un filo di vento cominciò a increspare il rosso fuggente e ad agitare le piante; nella mente di Tano cominciarono a riaffiorare immagini lontane e ogni suono dintorno pareva articolarsi nel suo nome: “Tano, Tano” chiamavano alle sue spalle le prime civette e “Tano, Tano” ripetevano dalla giuncaia i rospi gonfi. Ma Tano smarrito e immobile sembrava gelato nelle mani dei suoi fantasmi che pur tornavano ogni sera dagli abissi del tempo alla sua casa di stimato professionista dove solo la sua donna elegante e i suoi ignari bambini riuscivano a parare le rappresaglie che egli stesso tendeva al colpevole del suo inespiato delitto. “tano, Tano” sentì ancora dinanzi a sé e alzando losguardo scorse proprio in mezzo al lago un’esile figura di donna semi immersa fino alle ginocchia: “Tano, Tano, vieni sono Lucietta, non vuoi prendermi ancora?”
“Via, via chi sei, chi sei?” gridò impazzito Tano scattando in piedi ai bordi della palude.
“Lucietta, Lucietta, sono Lucietta”
cantilenava l’apparsa fanciulla. “Vieni, vieni, divertiti ancora come quella
volta”.
Tano sgranò gli occhi, se mai più ancora poteva, e riconobbe gli acerbi seni graffiati sotto le mani premute su brandelli di veste e riconobbe pure le morbide gambe tra cui scorreva come sangue dileguandosi il tramonto; ma gli occhi no, non il sorriso, perché l’ultima espressione di quel viso era stata di paura e dolore, l’ultimo alito di quella vita lo aveva ingoiato la sua risata spavalda e sfrenata su quel giovane corpo.
“Lucietta, no!” aveva gridato il pescatore. “Tu, tu qui, a distanza di chilometri, a distanza di anni!”.
“Vieni Tano, sono io che ti voglio adesso, vieni”.
Tano sgranò gli occhi, se mai più ancora poteva, e riconobbe gli acerbi seni graffiati sotto le mani premute su brandelli di veste e riconobbe pure le morbide gambe tra cui scorreva come sangue dileguandosi il tramonto; ma gli occhi no, non il sorriso, perché l’ultima espressione di quel viso era stata di paura e dolore, l’ultimo alito di quella vita lo aveva ingoiato la sua risata spavalda e sfrenata su quel giovane corpo.
“Lucietta, no!” aveva gridato il pescatore. “Tu, tu qui, a distanza di chilometri, a distanza di anni!”.
“Vieni Tano, sono io che ti voglio adesso, vieni”.
“No, Lucietta, no!” gridava Tano avviandosi
come un automa verso di lei che gli tendeva le mani e nella luce morente che le
arrossava le gote e le accendeva le chiome era bella, bella, più bella di quando
i suoi freschi anni l’avevano tradita.
“No, no!” urlava ancora l’uomo irretito da quell’immagine vana, procedendo nella palude che inesorabile lo ingoiava.
Restò di lui la canna da pesca e poi al suo posto una croce per il suo corpo mai più ritrovato. Rideva ora Lucietta nella sua ignota sepoltura.
“No, no!” urlava ancora l’uomo irretito da quell’immagine vana, procedendo nella palude che inesorabile lo ingoiava.
Restò di lui la canna da pesca e poi al suo posto una croce per il suo corpo mai più ritrovato. Rideva ora Lucietta nella sua ignota sepoltura.
Anna R. G. Rivelli
(da "Reportage di un unico grido" - Firenze libri, Maremmi Editore - 1996)
(da "Reportage di un unico grido" - Firenze libri, Maremmi Editore - 1996)
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