Da sempre, per tutti, è stato Lillino. Lillino Memoli:
inconsueto ed infantile vezzeggiativo per una imponente figura di uomo, suono
trillante, scampanellio di un nome che era onomatopea di un vivere leggiadro,
di un carpe diem declinato in paradosso fino all’ultima ora. E se l’ultima ora
è arrivata, solo qualche giorno fa, attesa eppure così improvvisa e traditrice,
se l’ultima ora è arrivata – dicevamo - non è finito il tempo di quest’uomo che
per Potenza e per la Basilicata è stato un tempo moltiplicato, uno
straordinario percorso di crescita, un balzo in avanti, un tuffo nello stupefacente
mondo senza confini dell’arte.
La Galleria Memoli Arte Contemporanea inaugurò la sua
attività nei primi anni 80, poco dopo il rovinoso terremoto che colpì Irpinia e
Basilicata; fu questo, tra pochi altri, un nuovo inizio, una speranza per una
terra ferita da cui subito molti pensarono di andare via. Da allora, e sono
passati quasi trentacinque anni, l’attività della galleria non solo non è mai
cessata, ma, di più, la Memoli Arte è stata un punto di riferimento culturale
fortissimo, oltre che sala espositiva in cui si sono avvicendati con le loro
opere artisti di fama internazionale quali, tanto per citarne alcuni, Remo
Brindisi, Ercole Pignatelli, Franco Valente, Martin Bradley, Franco Marrocco,
Nino Mustica, Maurizio Galimberti. Spesso cenacolo di artisti e di
intellettuali, la Galleria ha avuto il merito di non poco conto di essere stata
una sorta di vivaio per i giovani artisti lucani dell’epoca, quelli che oggi
costituiscono già un capitolo importante della storia dell’arte della
Basilicata e che in quegli anni avrebbero forse vissuto quella marginalità così
connaturata alla nostra regione se non fossero stati posti in dialogo e
proiettati nel più vasto panorama internazionale. Ma la Memoli Arte non è stata
soltanto Potenza; ha spaziato con la sua attività a Maratea per moltissimi
anni, a Busto Arsizio, a Milano, a Matera; ha intercettato un pubblico vasto,
ha iniziato al bello dell’arte almeno due generazioni, incentivando un
collezionismo forse prima inesistente in città. Certo era un mercante Lillino,
e del mercante aveva il parlare netto, il pragmatismo scanzonato, il sorriso
accattivante ed il suadente piglio malandrino che è nello sguardo di chi sa
essere zingaro e re senza cambiare pelle né cuore mai. Perciò di lui assente non
si può parlare se non come se fosse ancora
qui, a guardarci tutti, irruente in privato, schivo e quasi del tutto defilato
in pubblico; sarebbe un torto per lui
un elogio al di sopra delle righe, un incensare vano che lo rendesse morto
davvero. “Da questa città ho avuto tanto
– ha detto ai familiari e agli amici più cari quando già la malattia lo
consumava – da questa regione ho avuto
tanto; mi hanno consentito di vivere facendo quello che mi piaceva fare. Perciò
ora è venuto il momento di restituire tutto”. Queste sono state le sue
volontà ultime, un progetto a cui febbrilmente aveva preso a lavorare quando
ancora diceva che ce l’avrebbe fatta, per guadagnare giorni alla vita ed
ingannare la morte che, come lui diceva, voleva lo trovasse vivo. Così alla sua
famiglia e ai suoi amici ha chiesto l’impegno di una fondazione finalizzata a
dotare la città di uno straordinario museo di arte contemporanea e questo è
stato il suo scopo fino all’ultimo giorno. Perché Luigi (Lillino) Memoli lo
aveva capito che alla sua partenza mai più un rosso sarebbe stato rosso in
questa città, né mai più un giallo, un azzurro, un verde, quando la luce dei
suoi occhi, profondamente e sinceramente innamorati della bellezza, si fosse
affievolita a questo mondo. “È venuto il momento di restituire
tutto” ha detto; e così ha deciso di restituirci i
colori. Ma Lillino era scaltro mercante: il prezzo che ha chiesto in cambio è
stato l’eternità. Il Museo di Arte Contemporanea Luigi Memoli si farà. E lui
sarà vivo per sempre.
Anna R.G.
Rivelli
da Il Roma
13/11/2017
















