Beppe Salvia a Potenza



Giornata di studi dedicata al poeta lucano Beppe Salvia
Museo Provinciale, Potenza, 7 aprile 2017

Organizzato da
Movimento Culturale Spiragli
con il patrocinio della Regione Basilicata
Relatori:
Claudio Damiani
Andrea Di Consoli
Anna R. G. Rivelli
Mimmo Sammartino
Gabriella Sica
Moderatore
Bartolomeo Smaldone
Saluto
Vito Santarsiero
 Letture
Isabella Urbano

ERCOLE PIGNATELLI (o di una bugonia)


Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli ho preso a cercare immagini delle  sue opere nel web e a sfogliare alcuni suoi cataloghi. Generalmente, infatti, mi avvicino agli artisti partendo dalle opere e non dalle biografie o dagli interventi critici che li riguardano; questo perché sono profondamente convinta del fatto che l’arte è una creatura viva e come tale non può essere come primo passo indagata senza in qualche modo offenderla e determinare alla fine una barriera tra noi e la sua voce. In quanto creatura viva, invece, essa va ascoltata, conosciuta empaticamente, cosicché possa scoccare quella sorta di scintilla d’amore che ce la farà conoscere profondamente senza sentire il bisogno di dover di necessità ancorare questa nostra conoscenza ad una minuziosa razionalità, senza dover cercare il messaggio più o meno astruso in una cosa, l’arte appunto, che il messaggio ce lo ha connaturato nel suo essere in quanto comunicazione e bellezza.
Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli, dicevo, e a guardare le sue opere, mi sono venuti in mente dei versi del poeta che più amo.
“Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe/anche un pensiero…”
e ancora
“e l’azzurro che nasce, a corolle, negli anditi”
 “Vorrei essere fieno sul finire del giorno/ portato alla deriva/ fra campi di tabacco e ulivi…”
Versi di Vittorio Bodini, straordinario poeta contemporaneo (1914-1970), che con il nostro Artista condivide la città natia: Lecce. Io però non lo sapevo. L’ho scoperto solo dopo, quando finalmente mi sono accinta a leggere le note biografiche di Ercole Pignatelli. La cosa mi ha colpito molto, perché mi è apparso evidente che nelle sue opere, pur così europee, così internazionali,  palpita un indomito cuore del Sud che del suo essere ha saputo fare una cifra e non un discorso.
Sono dunque partita da qui, da questa suggestione, per innamorarmi di questo “ragazzo col diavolo in corpo” – come è stato definito da Alessandro Riva- che veleggia col suo intatto bagaglio di infanzia verso porti che non vuol trovare, mozzo per gioco, capitano per destino. E mi sono chiesta cos’è che mi ha riportato a Bodini, anche lui innamorato del suo Salento, anche lui lontano e vicino ad un tempo. Mi sono risposta. Nelle opere di Pignatelli si percepisce un medesimo panismo, un immedesimarsi in un paesaggio talmente interiorizzato che appare dalla sua stessa sparizione, un paesaggio che più si fa vaghezza, sogno, miraggio, più è capace di trasferire suoni, profumi, emozioni.  Se cerchiamo un tratto, infatti, uno solo che sia didascalico di un territorio, che ce lo marchi a fuoco in tutta la sua evidenza,  non lo troveremo mai; troviamo però allusioni simboliche, eco indistinte, memorie svagate che sono tanto più incisive in quanto non ci consentono di “leggere” ma ci costringono a “sentire”. Così, al di là del forte legame con Picasso (legame evidente dagli omaggi riservatigli nonché dichiarato dalla voce stessa di Pignatelli), al di là di una suggestione che resta suggestione mediterranea oltre che fatale incontro di spiriti, mito e fede di questo nostro straordinario artista è la vita. Una vita che è prima di tutto libertà, appartenenza a se stesso, cammino mai vincolato a schemi o a mode o a “maniere”, col gusto di soffermarsi ora, di accelerare il passo poi; vita che è un continuum, un fluire privo di contraddizioni tra spiritualità sfrontata e sacro materialismo.
Giovane, sempre giovane, ventenne ottuagenario, ha mantenuto lo sguardo dei suoi ritratti degli anni ’60 ; ed è quello lo sguardo con cui interroga e racconta l’esistenza, sia quando riscrive in una sorta di sua personale bugonia la vita che rinasce dalle rovine e dalla marcescenza (pensiamo ai “basamenti”, tronchi di colonne da cui sbucano fiori e frutti come capitelli, o ai teschi di animali che si riempiono di miraggi), sia quando il colore sboccia da una figura più inquietante che leggiadra, più allusione che figura ( come in “Vitalità”, opera del 1959, premiata e tanto discussa per essere sostanzialmente figura altra da se stessa).
E questo è sicuramente un altro tratto distintivo di Pignatelli; la sua è una pittura figurativa certo, ma tutt’altro che realista. La figura che si impone sulle sue tele, infatti, sia essa un corpo di donna, una struttura architettonica o una coppa traboccante di frutti, non comunica mai davvero se stessa, non descrive ma evoca. Accade così con le acrobate che, in un assioma di straripante rotondità, si offrono in torsioni innaturali che paradossalmente le naturalizzano, assimilandole ai lussureggianti elementi vegetali che le accompagnano; accade così con le rabdomanti che sembrano germinare da tralci turgidi, nascoste ed esposte coi loro rossi succosi come bacche mature, come appetibili coccole, insidie di un bosco incantato. Mai insomma la figura racconta, nemmeno con le geometrie ora arabeggianti ora metafisiche delle masserie che infrangono lo spazio-tempo e sono luoghi dell’immanenza e della trascendenza, terra e miraggio, paesaggi biblici sospesi eppure immagini della memoria dove l’acqua, a fiotti dai rubinetti o in rissa nel mare, è voce che spezza incantesimi e silenzi; le masserie, ove il bianco della calce salentina ( “…e tornerà/ il bianco per un attimo a brillare/ della calce, regina arsa e concreta/ di questi umili luoghi…” scriveva Bodini)  lascia posto a colori sognanti, vibranti di ombre di lune, sovrastati dalla sproporzione di alberi e frutti, uniformati dalla controra o dai notturni, sono luoghi dell’anima, sono favola bella contemplata a tratti, a tratti allontanata e minacciata da presenze ambigue, come i serpenti che non sai se hanno voglia di aggiungere o di togliere vita.
E poi c’è il colore, il colore che è protagonista assoluto, l’uno plurale che domina ovunque in ogni sfumatura e mai sfumato, mai incerto. Il colore è figura più della figura stessa, è proiezione del verbo. Tenue, lussurioso, incandescente, sia quando si offre uniforme in un piano, sia quando si strugge nell’ardimento di una marina o nella seduzione di arabeschi o viluppi vegetali, il colore è il battito che echeggia la vita; e il silenzio lo amplifica e laddove i grandi uccelli, sui grandi alberi dai grandi frutti occuperebbero volentieri la scena è il ritmo cromatico che ci emoziona e ci rimbomba un mondo che non è quello che vediamo; così nelle fruttiere stracolme di ogni blu, dove è solo la luce a denunciare il mistero irrisolto, o nel sensuale aprirsi carminio di melagrane su un tralcio è sempre il colore che dice “io sono” come in un credo antico. Un colore turgido, sensuale, rotondo; un colore martoriato, graffiato, frugato. Comunque esso sia, ha un effetto sinestetico: lo senti, lo tocchi, lo assapori.
Ed è questo il motivo per cui alla fine non vedi più Picasso, né il Salento, né l’infanzia impacchettata come le tele che un giovanissimo Pignatelli portava in giro da mostrare a galleristi e critici; non vedi più nulla perché tutto coesiste e si risolve nell’unica figura realistica presente: quella dell’Artista stesso. Qui però qualche dubbio ci sta. Che sia realistica intendo. A ben guardarlo, infatti, mentre da un ritratto ti fissa da dietro gli occhialini tondi nei panni di Toulouse Lautrec, il dubbio ti viene che sia un satiro dispettoso anche lui, o un Peter Pan irriverente che mentre tu ti affannai a cercargli un senso ti ha già trasportato nella sua isola che non c’è.

                                                         
                      Anna R.G. Rivelli

ANCHE IO "LOTTO MARZO"


"...è allora che sei al bivio e devi scegliere se vivere nel quadro o oltrepassare la cornice, se ti accontenti di restare pastorello in un presepio immobile o ti riappropri di un’energia che non ha nome e scorre, annullando confini e convenzioni, le moralissime idee perverse incasellate dentro un cruciverba di soluzioni sterili e stantie, contate come lettere di un alfabeto chiaro e limitato. Se resti dentro il quadro vivi; se esci sei vivo "
                                     (da "Se ci sono due alberi" di Anna R.G. Rivelli)

SPECIALE SINERESI. GLI EX VOTO DI TOLVE




Presentazione della rivista di arte e cultura
 Sineresi -il diritto di essere eretici-
(tema del numero: Le infinite declinazioni di Dio)
con lo speciale allegato dedicato agli ex voto di San Rocco a Tolve

lunedì 8 agosto 2016 ore 21:00
Chiostro del Convento
Tolve (Potenza)


http://www.sineresiildirittodiessereeretici.it/

SINERESI ONLINE



Il trimestrale di arte e cultura
SINERESI
Il diritto di essere eretici

è ora anche online in versione sfogliabile
 in italiano, inglese e spagnolo
sul sito


All’uscita di ogni nuovo numero, sarà reso disponibile il numero precedente

È ORA DI ESSERE CIVILI


"Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora  la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità   di nuovo fa vela.
 Il progresso  altro non è che il farsi storia delle utopie". (O.Wilde)


Il prossimo 23 gennaio in moltissime piazze d'Italia (www.svegliatitalia.it) le vedette dell'Umanità cercheranno di gettare l'àncora per poter finalmente scorgere un Paese migliore, per poter riscrivere una pagina di storia che esca dal libro delle utopie e diventi realtà così come è giusto che sia in un Paese che vuol dirsi civile.
C'é una linea di confine che è necessario attraversare per essere davvero in quella civiltà che, al contrario di quanto credono in molti, non è il luogo della ricchezza, né della tecnologia, né delle straordinarie scoperte. La Civiltà è il regno della giustizia e dei diritti, è il regno della pari dignità e delle pari opportunità, il luogo dove ogni cittadino si sente sovrano nelle responsabilità e suddito nel servizio all'Umanità tutta.

Il 23 gennaio in tutta Italia si cercherà di varcare l'orrido confine della discriminazione, dell'omofobia, di una indegna negazione di diritti che non tiene in conto la Persona e che non è degna dell'Uomo. 

La battaglia è di tutti. Mi appartiene perché sono donna, perché sono uomo, perché sono madre e padre, il primo e l'ultimo della Terra... perché ho ricevuto dal passato e sono in obbligo verso il futuro. Mi appartiene perché mi appartengono i diritti. Quelli di tutti.

SVEGLIATI ITALIA

SE CI SONO DUE ALBERI

Presentato a Potenza lo scorso scorso 18 dicembre,
  il libro è acquistabile direttamente presso la casa editrice al link 
 negli store online e nelle librerie


Lu, rinvenuta priva di memoria, in cerca d’identità.
Le rane di Chomsky, fil rouge del romanzo, se già l’aforisma di Wilde posto all’ inizio del libro non fosse sufficientemente evocativo del solco narrativo.
I sentimenti di tenerezza che Lu ispira nel lettore si alternano alla  frenetica curiosità dello stesso di cogliere tracce utili alla soluzione dell’enigma: chi è Lu? E mentre crede, a tratti, di intravedere la soluzione, rimane stravolto ed affascinato. Man mano l’intreccio narrativo si approssima al climax risolutivo e si arricchisce di metafore e di descrizioni palpitanti. La storia è  intrigante e movimentata, fino a scivolare verso un’epifania assolutamente inaspettata. 

Il nome della protagonista è un monosillabo che oscilla dinanzi al lettore come un pendolo ipnotizzante: quante sono le verità di Lu? Una, due, più di una? Quante le vite che ha vissuto? E, soprattutto, in quali “navigli” del Tempo? Di sicuro c’è, però,  che le abbia intensamente vissute, se tanto profonde sono le ferite lasciate  nell’anima,  fino a costringerla  a rimanere reclusa in una stanza d’ospedale, asfittica ed opprimente, preda di medici per i quali la risoluzione del caso è l’unica ratio. 

L’ aria è libertà;  il setting della storia è claustrofobico, fatta salva la scena finale del terrazzo che per l’Autrice è espediente atto ad enfatizzare, nel gioco dei contrasti, lo stato snaturato in cui Lu è costretta a vivere. Calata in una “meccanica ariosità”, in un ambiente incolore e insapore,  Lu ondeggia in una “sfinente primavera”, come l’Ofelia di Millais, rischiando di morirci lentamente, bollita. Dead man walking: si sente così, quando attraversa il budello di corridoio dell’ospedale- con le “pie donne” che la osservano ed il “ridere impudico”  delle sue ciabatte  - unico momento in cui può evadere dalla sua stanza, dove impera una “temperatura costante e adulterata” e dove anche una mela “itterica e rugosa” implora “la propria fine” facendo pendant con i toni malati e sbiaditi del cibo. L’aria condizionata è  un ossimoro, finta come le convenzioni, le regole, l’ipocrisia,  i “forse perché” e l’immobilismo dei “benpensanti”,  o il tutto so io degli “abbonati di Dio”. Finto come il neon che “dentro la stanza fingeva un giorno eterno”.                                                                                                              

Nel lettore, avido e curioso, comincia ad insinuarsi il dubbio, come nel co-protagonista Stefano:  se fossero tutte vere le identità di Lu? È una  voglia (o una cicatrice?) quella sul costato di Guercioli?  E se, per assurdo, ci fosse consentito vivere più volte? Con esistenze inconciliabili e parallele “in spazi e tempi divergenti”, fino ad archiviarne le esperienze più pregnanti? Impossibile! È tutto falso! tuonano i benpensanti, finti come il “bugiardissimo vetro smerigliato” della finestra che separa la stanza dall’esterno, come l’ ignoranza di chi, per scelta o per conformismo, non vuole sapere cosa ci sia davvero dall’altra parte. Un “impassibile vetro” che Stefano (o Angela?) troverà infine il coraggio di infrangere.    
                                                                                                              Grazia Pastore